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Blog · Implantologia

Superficie dell'impianto:
trattata/rugosa o liscia?

In breve

La superficie di un impianto dentale può essere liscia, cioè semplicemente lavorata a macchina, oppure trattata per aumentarne la rugosità a livello microscopico, tramite sabbiatura, mordenzatura acida o trattamenti combinati. Le superfici rugose aumentano il contatto reale tra osso e impianto e tendono a favorire un'osteointegrazione più rapida e solida rispetto alle superfici lisce, motivo per cui oggi sono la scelta prevalente per la porzione dell'impianto destinata a integrarsi nell'osso.

Perché la superficie dell'impianto influisce sui tempi di guarigione del paziente

Quando si parla di impianti dentali, il paziente immagina spesso una semplice "vite" metallica avvitata nell'osso. In realtà, la superficie di quella vite, invisibile a occhio nudo perché lavorata a livello microscopico, è uno dei fattori che più incide su quanto velocemente e quanto solidamente l'osso si lega all'impianto. È un aspetto tecnico, sviluppato in laboratorio, ma con una ricaduta molto concreta: influenza i tempi di attesa prima di poter caricare l'impianto con una corona definitiva, e in una certa misura anche l'affidabilità dell'integrazione nei casi ossei più complessi.

Capire la differenza tra una superficie liscia e una trattata aiuta anche a capire perché l'implantologia moderna è cambiata molto rispetto ai primi decenni della disciplina, e perché oggi si riescono ad affrontare con più sicurezza situazioni che un tempo richiedevano tempi di attesa molto più lunghi o venivano considerate limite.

La superficie liscia: la prima generazione di impianti

I primi impianti dentali sviluppati avevano una superficie liscia, cioè semplicemente rifinita dalla lavorazione meccanica del titanio, senza alcun trattamento aggiuntivo per aumentarne la texture. Osservata al microscopio, questa superficie presenta comunque delle micro-irregolarità, ma in misura molto minore rispetto a una superficie trattata volutamente.

Il limite di una superficie liscia è che offre una superficie di contatto reale minore con l'osso circostante: le cellule ossee hanno meno appigli su cui distendersi e proliferare, e il processo di osteointegrazione tende a essere più lento. Per questo motivo, con gli impianti a superficie liscia, i protocolli storici prevedevano periodi di attesa piuttosto lunghi, anche diversi mesi, prima di poter caricare l'impianto con una corona.

Le superfici trattate: come si ottiene la rugosità e perché funziona meglio

A partire da alcuni decenni fa, la ricerca in implantologia ha sviluppato diverse tecniche per aumentare volutamente la rugosità della superficie dell'impianto a livello microscopico: la sabbiatura, che bombarda la superficie con microparticelle abrasive; la mordenzatura acida, che incide chimicamente il titanio; e trattamenti combinati che uniscono le due tecniche per ottenere una texture ancora più definita. Il risultato è una superficie con un'area di contatto molto più estesa rispetto a una superficie liscia della stessa dimensione.

Questa maggiore area di contatto favorisce l'adesione e la proliferazione delle cellule ossee direttamente sulla superficie dell'impianto, accelerando e in molti casi migliorando la qualità dell'osteointegrazione. È uno dei motivi per cui oggi, nella maggior parte dei sistemi implantari moderni, la porzione dell'impianto destinata a stare a contatto con l'osso ha una superficie trattata, e per cui in molti casi è diventato possibile ridurre i tempi di attesa prima del carico della corona rispetto ai protocolli di un tempo.

Non tutta la vite è uguale: il ruolo del colletto liscio vicino alla gengiva

È importante distinguere tra la porzione dell'impianto immersa nell'osso, dove la rugosità è un vantaggio, e la porzione più superficiale, chiamata colletto, che si trova a contatto con i tessuti molli, cioè la gengiva. In molti sistemi implantari questa zona resta volutamente più liscia, o con una rugosità ridotta, perché una superficie troppo ruvida in prossimità della gengiva potrebbe favorire l'accumulo di placca batterica in un'area già più delicata da pulire.

Questo distinguo è importante anche per capire il rischio di infiammazione dei tessuti attorno all'impianto, la cosiddetta perimplantite: non è tanto la rugosità della parte ossea a determinarla, quanto la qualità dell'igiene orale quotidiana e dei controlli periodici, in particolare nella zona del colletto dove si accumula la placca. Una superficie trattata correttamente non sostituisce mai un'igiene domiciliare accurata.

Perché non è una scelta che spetta al paziente, ma è utile conoscerla

Il tipo di superficie dell'impianto non è una variabile che il paziente sceglie al momento della visita, come potrebbe scegliere il colore di una corona: è una caratteristica del sistema implantare utilizzato dal dentista, definita già in fase di produzione. Ciò che resta utile, per chi si sta informando prima di un intervento, è sapere che esistono differenze reali tra le tecnologie disponibili, e che è del tutto legittimo chiedere al proprio dentista che tipo di superficie utilizza abitualmente nel proprio studio e perché l'ha scelta.

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Domande frequenti

Il paziente può scegliere la superficie del proprio impianto?

Non nel senso di scegliere tra opzioni commerciali diverse: è il dentista a selezionare il sistema implantare più adatto in base al caso clinico. Ciò che il paziente può chiedere è che tipo di superficie utilizza abitualmente lo studio e perché.

Una superficie più rugosa aumenta il rischio di infiammazione attorno all'impianto?

La parte dell'impianto immersa nell'osso trae vantaggio dalla rugosità per integrarsi meglio. È soprattutto la parte del colletto vicina alla gengiva, se contaminata da placca e tartaro per un'igiene insufficiente, a poter favorire un'infiammazione dei tessuti, indipendentemente dalla rugosità della porzione ossea.

Con una superficie trattata i tempi di attesa prima della corona sono più brevi?

In molti casi le superfici trattate favoriscono un'osteointegrazione più rapida rispetto a quelle lisce, ma i tempi effettivi dipendono anche da altri fattori individuali, come la densità ossea, la stabilità primaria raggiunta e lo stato di salute generale del paziente.

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